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RICHIAMATA L'ATTENZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SULLE GRAVI DISFUNZIONI DELLA GIUSTIZIA DEL LAVORO NELLA CAPITALE - Dopo che il presidente della Corte d’Appello si è dichiarato impotente ad attenuarle. Pubblichiamo la corrispondenza intercorsa fra l’Associazione Avvocati del Lavoro e il Presidente della Corte d’Appello di Roma sulle disfunzioni della giustizia del lavoro, nonchè la lettera inviata dall’Associazione al Presidente della Repubblica per richiamare la sua attenzione sulla grave situazione determinatasi negli uffici giudiziari della Capitale.

Lettera dell’Associazione Avvocati del Lavoro al Presidente della Corte d’Appello di Roma

Roma, 12 maggio 1999

Oggetto: Disfunzioni della giustizia del lavoro

In vista della determinazione dei nuovi organici degli uffici giudiziari per l’entrata in funzione del giudice unico, devo richiamare ancora una volta la Sua attenzione sulle intollerabili disfunzioni della giustizia del lavoro a Roma. Accludo copia di un decreto pretorile di fissazione di udienza all’8 ottobre 2003 per un ricorso depositato il 23 settembre 1998: il termine di 60 giorni previsto dalla legge è divenuto di 60 mesi. Simili disfunzioni non si riscontrano in altre sedi giudiziarie ove evidentemente l’art. 21 L. 533/73 ha avuto più corretta applicazione. E’ inspiegabile che a Roma i vantaggi derivati dalla introduzione del g.o.a. e del giudice di pace non si siano minimamente manifestati nel settore della giustizia del lavoro che, tra l’altro è alla vigilia di una forte espansione del contenzioso per le controversie relative al pubblico impiego. Poiché le risorse umane si sono rese disponibili, il permanere delle attuali disfunzioni della giustizia del lavoro non potrebbe che essere attribuito ad una scelta ingiustamente discriminatoria. Copia della presente viene inviata al Guardasigilli e al Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Con i migliori saluti.

Associazione Avvocati del Lavoro

Il Segretario (Avv. Domenico d’Amati)

 

Risposta del Presidente della Corte d’Appello di Roma al Segretario dell’Associazione Avvocati del Lavoro.

Roma, 24 maggio 1999

Rispondo congiuntamente alle note inviatemi per il tramite dei rispettivi Segretari, dall'Associazione degli Avvocati del Lavoro, dalla Organizzazione Sindacale FAILEA-FALCEV nonché dalla Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti, perché esse hanno, in sostanza, identico contenuto, tutte essendo dirette a sollecitare incisivi interventi di ristrutturazione della Magistratura del Lavoro romana, il cui funzionamento è oggi pesantemente compromesso dalla sproporzione, sempre più aggravatasi nel corso degli anni, fra il carico dei processi pendenti e il numero dei magistrati e degli impiegati amministrativi che debbono curarne la trattazione. Rilevo, anzitutto, che non sono certo costoro ad aver prodotto l'attuale crisi del settore: ciascun Magistrato redige ogni anno in Pretura cinquecento sentenze in media, con punte di oltre ottocento, e in Tribunale circa quattrocentocinquanta; dal suo canto il personale amministrativo deve far fronte all'arrivo e alla gestione di varie migliaia di fascicoli. Mi chiederei, piuttosto, e non per amore di polemica, ma per dovere di obiettività, se giovano ad alleggerire tanto peso la devoluzione al giudice ordinario della competenza sulle controversie sul pubblico impiego - fortemente voluta dai Sindacati dei lavoratori - e la prassi di alcuni difensori di proporre cause "seriali" con tanti atti introduttivi quanti sono i dipendenti interessati. Comunque non è questo il punto. Ciò che mi preme rendere chiaro è che la situazione non può essere risolta e neppure alleviata con provvedimenti di applicazione al settore del lavoro di magistrati delle altre Sezioni Civili. I giudici onorari aggregati non sono utilizzabili perché ciò non è previsto dalle norme in vigore. Potrebbe farsi ricorso ai magistrati ordinari, ma pur sempre in una misura tale che mentre indebolirebbe le strutture nelle quali essi sono attualmente impegnati, non arrecherebbe un apprezzabile beneficio alle Sezioni del Lavoro, le quali per funzionare bene hanno bisogno di consistente aumenti degli organici (è per questa ragione - condivisa dal Consiglio Giudiziario che il Presidente del Tribunale di Roma nel formulare le tabelle non ha ritenuto di accrescere il numero degli addetti al Lavoro). Occorrono, insomma, interventi di ben più ampia ed incisiva portata di quelli che sono consentiti al sottoscritto.

IL PRESIDENTE DELLA CORTE

Andrea Vela

 

Replica del Segretario dell’Associazione Avvocati del Lavoro al Presidente della Corte d’Appello di Roma

Roma, 3 giugno 1999

Signor Presidente,

con la Sua lettera del 24 maggio ultimo scorso, Ella, pur riconoscendo la fondatezza dei nostri rilievi sulle gravi disfunzioni della giustizia del Lavoro nella Capitale, si dichiara impotente a dare un contributo per risolverle. Ne siamo profondamente delusi, anche perché Ella non ci dà notizie di alcuna Sua iniziativa diretta a promuovere la soluzione del problema in altra sede. Poiché non intendiamo desistere dal nostro impegno, ci siamo rivolti al Presidente della Repubblica, con la lettera di cui Le allego copia. Con riferimento al Suo garbato rilievo in ordine alle cause "seriali", parrebbe superfluo rilevare che a tale incremento, nettamente ridimensionatosi, la legge consente di porre rimedio mediante la riunione e la sollecita decisione delle cause "pilota". Su questo e su tutti gli altri argomenti concernenti la giustizia del lavoro La invitiamo a un pubblico confronto, con modalità da concordare.

Con i migliori saluti.

Associazione Avvocati del Lavoro

Il Segretario (Avv. Domenico d’Amati)

 

Lettera dell’Associazione Avvocati del Lavoro al Presidente della Repubblica

Roma, 3 giugno 1999

Signor Presidente,

poiché Ella ha collocato tra gli obiettivi prioritari della Repubblica l’eliminazione delle disfunzioni nel servizio giudiziario, devo rappresentarLe la situazione di particolare gravità determinatasi per la giustizia del lavoro, segnatamente nella Capitale. Come potrà rilevare dal decreto pretorile di cui Le allego copia, in questa città si è arrivati a fissare l’udienza di comparizione a 60 mesi anziché a 60 giorni, come previsto dalla legge. Queste disfunzioni non soltanto si risolvono in un sostanziale diniego di giustizia per i lavoratori, ma producono anche non lievi inconvenienti per gli imprenditori, sia perché determinano situazioni di incertezza, sia perché favoriscono i concorrenti meno corretti. Ne deriva sfiducia verso le istituzioni della Repubblica. In occasione della formazione delle "tabelle" degli organici per l’entrata in funzione del Giudice Unico, abbiamo rappresentato al Presidente della Corte d’Appello di Roma la necessità di tenere in considerazione le esigenze della giustizia del lavoro. La risposta, di cui Le allego copia, con la nostra replica, pur riconoscendo la fondatezza della nostra istanza, è stata negativa. Abbiamo anche chiesto alla Commissione Europea di aprire, nei confronti della Repubblica Italiana, una procedura di infrazione in base al Trattato di Maastricht. Confidiamo che all’Italia, già condannata centinaia di volte dalla Corte Europea di Strasburgo per violazione del fondamentale diritto umano alla giustizia, possa essere risparmiata un’altra umiliazione. Si tratta di problemi organizzativi di agevole soluzione, onde il loro incancrenirsi deve essere attribuito essenzialmente alla insensibilità dei responsabili.

Siamo a Sua disposizione per ogni altra informazione.

Si allegano:

- lettera dell’Associazione Avvocati del Lavoro al Presidente della Corte d’Appello di Roma in data 12 maggio 1999;

- decreto del Pretore di Roma in data 2 ottobre 1998;

- lettera del Presidente della Corte d’Appello di Roma in data 24 maggio 1999;

- lettera dell’Associazione Avvocati del Lavoro al Presidente della Corte di Appello di Roma in data 3 giugno 1999;

- denuncia dell’Associazione Avvocati del Lavoro alla Commissione Europea in data 12 maggio 1999.

Con i migliori saluti.

Associazione Avvocati del Lavoro

Il Segretario (Avv. Domenico d’Amati)


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