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L'APPELLO DEVE ESSERE REDATTO IN MODO PIU' ORGANICO E STRUTTURATO - In base alla legge n. 134 del 2012 (Corte d'Appello di Roma 15 gennaio 2013 R.G. n. 7491/2012, Pres. Rel. Torrice).

In materia di appello nel processo del lavoro, l'art. 434 1° comma  c.p.c, come  sostituito dall'art. 54, comma 1 lett. c-bis D.l. 22.6.2012 n. 83, convertito in legge 7.8.2012 n. 134  dispone: il ricorso deve contenere le indicazioni prescritte dall'art. 414. L'appello deve essere motivato. La motivazione dell'appello deve contenere, a pena di inammissibilità :

1) l'indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado;

2) l'indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.

La nuova disposizione impone precisi oneri di forma dell'appello in quanto non si è limitata a codificare i più rigorosi orientamenti del S.C. (Cass. 24 novembre 2005 n. 24834, n. 110; 28 luglio 2004, n. 14251) in punto di  specificità dei motivi di appello, imposti dal vecchio testo dell'art. 434 c.p.c.

Nella nuova disposizione, infatti,  non v'è più traccia dei motivi specifici,  ma si prevede che l'appello, da proporsi come prima dell'intervento riformatore con ricorso contenente le indicazioni prescritte dall'art. 414, deve essere, a pena di inammissibilità, motivato.

Il che significa  che esso deve essere redatto in modo più organico e strutturato rispetto al passato, quasi come una sentenza: occorre infatti indicare esattamente al giudice quali parti del provvedimento impugnato si intendono sottoporre a riesame e per tali parti quali modifiche si richiedono rispetto a quanto formato oggetto della ricostruzione del fatto compiuta dal primo giudice.

Con la conseguenza che non solo non basterà riferirsi alle sole statuizioni del dispositivo, dovendo tenersi  conto anche delle parti di  motivazione che non si condividono e su cui si sono basate le decisioni del primo giudice, ma occorrerà anche, per le singole statuizioni e per le singole parti di motivazione oggetto di doglianza, articolare le modifiche che il giudice di appello deve apportare, con attenta e precisa ricostruzione di tutte le conclusioni, anche di quelle formulate in via subordinata.

In conclusione l'appello, per superare il vaglio di ammissibilità di cui all'art. 434 c.p.c., deve indicare espressamente le parti del provvedimento che vuole impugnare (profilo volitivo); per parti vanno intesi non solo i capi della decisione ma anche tutti i singoli segmenti (o se si vuole, "sottocapi") che la compongono quando assumano un rilievo autonomo (o di causalità) rispetto alla decisione; deve suggerire le modifiche che dovrebbero essere apportate al provvedimento con riguardo alla ricostruzione del fatto (profilo argomentativi); il rapporto di causa ad effetto fra la violazione di legge che è denunziata e l'esito della lite (profilo di causalità).

L'opzione interpretativa sopra esposta è l'unica che  garantisce che nel giudizio di gravame sia assicurata la garanzia costituzionale di cui all'art. 111 Costituzione, nei segmenti intimamente correlati del giusto processo e della durata ragionevole, anche con riguardo alla disposizione contenuta nell'art. 436 bis c.p.c.

È, infatti, assai più probabile che il giudice di appello riesca a pervenire in tempi ragionevoli alla definizione del processo quanto più i motivi si conformeranno in misura convincente allo stilema dell'art. 434 c.p.c.

E' evidente, inoltre,  che quanto più gli appelli saranno sviluppati nel rigoroso rispetto dell'art. 434 c.p.c. tanto meno discrezionale sarà  la valutazione di cui all'art. 436 bis  c.p.c. e tanto più giusto sarà nel concreto il processo di appello.


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