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RIPARTE LA DISINFORMAZIONE SULL'ARTICOLO 18 - In occasione dei lavori parlamentari sulla riforma.

Roma, 17 aprile 2012 - In vista della discussione in Parlamento sul disegno di legge in materia di riforma del mercato del lavoro, e' ripartita - con in testa il Corriere della Sera - la campagna di disinformazione sui pretesi effetti negativi che la possibilità di reintegro del lavoratore licenziato avrebbe sulla gestione delle imprese e sugli investimenti, in particolare quelli di capitali esteri. Si dice, negando l'evidenza, che anche il nuovo articolo 18 impedirebbe i licenziamenti per motivi economici, laddove sia il testo vigente di questa norma che, a maggior ragione, quello risultante dalla riforma, li consentono ampiamente, sempre che com'è ovvio i motivi addotti siano veritieri. L'insistenza su questo punto della campagna disinformativa sta a confermare il vero obiettivo perseguito con l'abolizione della possibilità di reintegrazione: vale a dire la mano libera ai licenziamenti arbitrari, che avrebbero come unica sanzione il pagamento di un indennizzo del tutto conveniente per l'impresa.

Si dice che la libertà di licenziare favorirebbe l'afflusso di capitali esteri. Ma di quali capitali? Non tutti gli investimenti esteri sono auspicabili. Vi sono quelli di natura finanziaria e speculativa che si risolvono nell'acquistare aziende sane, dotate di marchi appetibili e di avviamento vitale, per poi rivenderle con ampio profitto dopo averle alleggerite dei costi del personale, rendendo in più  possibile il suo ricambio con elementi graditi al compratore. Per questo tipo di investitori la libertà di licenziare è di importanza decisiva. Lo stesso dicasi per le operazioni di delocalizzazione che si risolvono nel licenziare i lavoratori italiani per rimpiazzarli, all'estero, con maestranze meno costose. Questi rischi dovranno essere ben presenti ai parlamentari chiamati a pronunciarsi sulla riforma che, pur mantenendo fermo il principio della tutela reintegratoria, ha certamente ampliato gli spazi per tentativi di ridurre arbitrariamente il fattore lavoro per finalità meramente speculative.

Domenico d'Amati

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