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NEL RICORSO IN CASSAZIONE IL QUESITO NON PUO' CONSISTERE NELLA MERA RICHIESTA DI ACCOGLIMENTO DEL MOTIVO - Deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte (Cassazione Sezioni Unite Civili n. 19404 del 9 settembre 2009, Pres. Mattone, Rel. Mensitieri).

Nella elaborazione dei canoni di redazione del quesito di diritto la giurisprudenza di legittimità è ormai chiaramente orientata a ritenere che ognuno dei quesiti formulati per ciascun motivo di ricorso deve consentire l'individuazione del principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato e, correlativamente, del diverso principio la cui auspicata applicazione ad opera del giudice di legittimità possa condurre ad una decisione di segno diverso; ove tale articolazione logico-giuridica mancasse, il quesito si risolverebbe in un'astratta petizione di principio, inidonea sia ad evidenziare il nesso tra la fattispecie ed il principio di diritto che si chiede venga affermato, sia ad agevolare la successiva enunciazione di tale principio ad opera della Corte in funzione nomofilattica. Il quesito non può pertanto consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell'interpello della Corte in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata nello svolgimento dello stesso motivo; non può avere una formulazione generica nel senso di richiedere alla Corte di stabilire se sia stata o meno violata una certa norma; non può risolversi in una tautologia o in un interrogativo circolare, che già presuppone la risposta ovvero la cui risposta non consenta di risolvere il caso sub iudice (vedi sul punto S.U. n. 11650/2008, n. 28539/2008), ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la medesima Corte in condizione di rispondere ad esso con l'enunciazione di una regula iuris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all'esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.


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