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LA MOTIVAZIONE DELLA DECISIONE DEL CONSIGLIO DELL'ORDINE DEI GIORNALISTI DELLA LOMBARDIA CHE HA RADIATO DALL'ALBO VITTORIO FELTRI PER AVER RIPORTATO NEL SUO GIORNALE IMMAGINI DI PEDOFILIA - Ritenuta non giustificabile la pubblicazione di foto raccapriccianti (Delibera del 20 novembre 2000, Pres. Est. Abruzzo).

Pubblichiamo il testo integrale della decisione del Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia che ha radiato Vittorio Feltri dall'Albo dei Giornalisti per la pubblicazione di foto raccapriccianti tratte da un sito di pedofili russi.

La sintesi è nella sezione Informazione e Comunicazione

Il Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia

nella sua seduta del 20 novembre 2000;

sentito il consigliere istruttore, Sergio D'Asnasch (articolo 6 della legge 7 agosto 1990 n. 241);

visti gli articoli 2 e 48 della legge 3.2.1963 n. 69 sull'ordinamento della professione giornalistica con riferimento agli articoli 2 e 21 (comma 6) della Costituzione; 15 della legge n. 47/1948 sulla stampa;

lette la sentenza n. 11/1968 della Corte costituzionale secondo la quale l'Ordine <....con i suoi poteri di ente pubblico vigila, nei confronti di tutti e nell'interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla> e la sentenza n. 7543 del 9 luglio 1991 (Mass. 1991) della Cassazione civile secondo la quale <la fissazione di norme interne, individuatrici di comportamenti contrari al decoro professionale, ancorché non integranti abusi o mancanze, configura legittimo esercizio dei poteri affidati agli Ordini professionali, con la consequenziale irrogabilità, in caso di inosservanza, di sanzione disciplinare>;

espletate le sommarie informazioni di cui all'articolo 56 della legge 3.2.1963 n. 69;

tenuto conto della sentenza 14 dicembre 1995 n. 505 della Corte costituzionale;

visti altresì gli atti del procedimento;

Considerato quanto segue:

1. Fatti e avviso disciplinare

In data 29 settembre 2000 il presidente di questo Consiglio ha notificato al giornalista professionista Vittorio Feltri questo avviso disciplinare:

"Nell'ambito dei poteri attribuitimi dagli articoli 4, 5 e 6 della legge n. 241/1990, informo che, anche su segnalazione di una iscritta all'Albo, la segreteria del Consiglio ha acquistato una copia di "Libero" di oggi 29 settembre 2000.

Nella pagina 3 hai pubblicato sette fotografie, ricavate da un "sito pornografico reso disponibile dai pedofili russi", e una a pagina 4 (raffigurante "una scena di violenza tratta dal video di pedofilia sequestrati dalla magistratura") che appaiono contrarie al buon costume e tali, "illustrando particolari raccapriccianti e impressionanti", "da poter turbare il comune sentimento della morale e l'ordine familiare". La pubblicazione delle 8 fotografie integra la violazione degli articoli 2 e 48 della legge sull'ordinamento della professione giornalistica.

Il tuo comportamento potrebbe essere inquadrato a queste due massime giurisprudenziali:

1) In assenza di tipizzazione dei comportamenti illeciti sul piano disciplinare, la rilevanza deontologica dei comportamenti del giornalista va teleologicamente valutata in rapporto all'obbligo di comportarsi in modo conforme al decoro ed alla dignità professionale e tale da non compromettere la propria reputazione o la dignità dell'Ordine sancito dall'art. 48 1. n. 69 del 1963 nonché al dovere di lealtà e buona fede ed all'obbligo di promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione tra giornalisti ed editori e la fiducia tra la stampa ed i lettori sanciti dall'art. 2 della legge medesima. (App. Milano, 18 luglio 1996; Foro It., 1997, I, 919)

2) Oltre all'obbligo del rispetto della verità sostanziale dei fatti con l'osservanza dei doveri di lealtà e di buona fede, il giornalista, nel suo comportamento oltre ad essere, deve anche apparire conforme a tale regola, perché su di essa si fonda il rapporto di fiducia tra i lettori e la stampa. (App. Milano, 18 luglio 1996; Riviste: Foro Padano, 1996, I, 330, n. Brovelli; Foro It., 1997, I, 938)";

2. Sommarie informazioni, capo d'incolpazione e comunicazioni alle parti

Vittorio Feltri non ha raccolto l'invito di fare pervenire al Consiglio una sua nota difensiva entro 15 giorni dal ricevimento dell'avviso disciplinare. La pubblicazione di fotografie impressionanti e raccapriccianti è espressamente proibita dall'articolo 15 della legge n. 47/1948 sulla stampa e contrasta con i principi fissati negli articoli 2 e 21 (VI comma) della Costituzione e negli articoli 2 e 48 della legge n. 69/1963 sull'ordinamento della professione giornalistica. Pertanto il Consiglio, nella seduta del 16 ottobre, ha deliberato l'apertura del procedimento disciplinare, con riferimento agli articoli 2 e 48 della legge n. 69/1963 in relazione agli articoli 21 (comma 6) della Costituzione e 15 della legge n. 47/1948, a carico di Vittorio Feltri, direttore di Libero (ex articolo 6 del vigente Cnlg e articolo 7 della legge n. 633/1941) con la contestazione del seguente addebito: <Aver disposto, nella sua qualità di direttore di "Libero", la pubblicazione alla pagina 3 dell'edizione del 29 settembre 2000 del quotidiano di sette fotografie impressionanti e raccapriccianti di bambini ricavate da un "sito pornografico reso disponibile dai pedofili russi", e di una ottava fotografia a pagina 4 (raffigurante "una scena di violenza tratta dal video di pedofilia sequestrati dalla magistratura"), fotografie che appaiono tutte contrarie al buon costume e tali, "illustrando particolari raccapriccianti e impressionanti", "da poter turbare il comune sentimento della morale e l'ordine familiare". La pubblicazione delle 8 fotografie integra la violazione degli articoli 2 e 48 della legge m. 69/1963 sull'ordinamento della professione giornalistica in relazione all'articolo 21 (VI comma) della Costituzione e all'articolo 15 della legge n. 47/1948 sulla stampa". Il Consiglio, che ha fatto notificare il provvedimento ai controinteressati, ha sottolineato in quella occasione quanto affermato dai supremi giudici: "Il provvedimento con il quale il Consiglio dell'Ordine deliberi l'apertura del procedimento disciplinare non implica, neppure implicitamente, alcuna pronuncia sulla colpevolezza del professionista, ma costituisce mero atto preliminare della decisione> (Cass. sez. un. 25 ottobre 1979 n. 5573).

3. Audizione dell'incolpato

Vittorio Feltri ha rinunciato a comparire, non ha nominato un difensore di fiducia, non ha risposto, come già riferito, all'<avviso> disciplinare del 29 settembre 2000. Appare opportuno, per inquadrare la vicenda, riportare l'articolo di fondo di "Libero" del 29 settembre 2000 con il quale Vittorio Feltri spiega e giustifica le ragioni che lo hanno spinto a pubblicare "quelle" immagini. Ecco il testo dell'articolo che ha questo titolo "Scandalo necessario per svegliare le nostre coscienze":

"Non hanno capito niente o hanno finto di non aver capito. Da Torre Annunziata arriva una notizia da infarto: migliaia di pedofili scovati in vari siti Internet e sottoposti a indagine, alcuni già finiti in galera e altri in procinto di andarci. Sequestrato materiale da brividi, documenti inequivocabili, fotografie, filmini: bimbi violentati, umiliati, usati come bambole gonfiabili, poi torturati, tagliuzzati, uccisi. Scoperto un commercio laido e miliardario, scambio di indirizzi, compravendita di carne infantile. Gli italiani sentono ma non credono ai propri orecchi, vedono e non credono ai loro occhi. Succede tutto questo e sapete che cosa fanno loro, quelli della sinistra e quelli Polo? Se la pigliano con i direttori del Tgi Gad Lerner e del Tg3 Rizzo Nervo. Che hanno combinato i giornalisti, sono gli organizzatori della macelleria e dello spaccio? Nossignori. Hanno commesso un reato molto più grave: si sono permessi di raccontare lo schifo della pedofilia con servizi forti, forse troppo, in cui si getta in pasto ai cittadini la realtà. Una realtà cruda, da togliere il sonno a chi la guarda, un pugno nello stomaco, d'accordo, ma che colpa hanno i cronisti se in giro per il Paese accadono cose ripugnanti? Dovevano sfumare. Sfumare è la specialità del giornalismo nostrano, che dinanzi alle notizie brutte si volta, ignora, lascia perdere. Ecco, secondo gli ipocriti (costituiscono la base del conformismo nazionale) anche ora bisognava lasciar perdere.

D'accordo, ci sono i pedofili, sono tanti, affollano Internet, si scambiano i bambini come fossero figurine, se il piccolo crepa sulla scena il prezzo naturalmente sale, ovvio, la merce rara costa di più. Però gli italiani sono scemi ed è meglio che scemi rimangano: non diciamogli nulla. Anzi, diciamogli pure qualcosina, senza esagerare altrimenti si turbano; diciamogli che le migliaia di indagati sono sì pedofili, ma appena appena, roba piccola. Date retta: cambiate canale che c'è su la partita. Questo sarebbe piaciuto ai vertici della Rai. Che il Tg3 e il TG1 fossero stati così gentili da evitare certe informazioni. E siccome gentili non sono stati, giù legnate. Minacciati di sanzioni gli autori materiali dei servizi, e i responsabili sono stati dimessi. Dato che una tantum hanno fatto il loro dovere, vanno cacciati, additati al volgo quali disturbatori della quiete e delle coscienze.

È una storia incredibile. Lerner, dopo la trasmissione delle agghiaccianti immagini circolanti su Internet senza freni né ostacoli, è andato personalmente in video e ha chiesto scusa. Scusa di che? Il direttore di un Tg sarebbe obbligato a scusarsi se nascondesse le notizie per opportunità (anzi, opportunismo). Ma quando, vincendo il ribrezzo e la voglia di cestinare registrazioni e documenti, fornisce al pubblico le prove dei fatti, inclusi i più indigesti, è da applaudire. Come si fa a non mostrare il vizio osceno di cinquemila pedofili che hanno agito indisturbati fino a ieri, comunicando tra loro, consigliandosi sulla merce più preziosa da acquistare? Cari lettori, qui non siamo di fronte a ordinarie perversioni, a forme un po' stravaganti di sessualità, a porcelloni qualunque, ma a gente che adopera e favorisce l'utilizzo dei bambini, bambini trattati come vuoti a perdere, seviziati, ammazzati. Per godere. O si sbatte la faccia contro questa realtà o non la si comprende fino in fondo e si tende a minimizzare. Quante persone ho udito dire: massì, cose sempre esistite, una carezza non ha mai ucciso una ragazzina e poi, va' là, che certe ragazzine sono più puttane delle adulte. Sicuro, è un'opinione corrente. Ed è questa mentalità il brodo di cultura della pedofilia. Un brodo in cui si sviluppano l'indifferenza e l'omertà, addirittura la complicità della moglie del pedofilo che violenta la figlia: conviene tacere, nascondere per non rovinare la famiglia.

Guai adattarsi all'ipocrisia bigotta e codina di quelli che preferiscono fare spallucce e seguitare a vivere nell'ignoranza d'un fenomeno più diffuso di quanto si immagini. Così il fenomeno non si stronca. Bisogna creare, viceversa, allarme e riprovazione sociale. E l'unico mezzo idoneo è lo scandalo: toh, guardate che fanno ai bambini, forse anche ai tuoi. Le coscienze per ribellarsi devono essere offese. E le scene bestiali mandate in onda dai Tg forse hanno raggiunto lo scopo, speriamo. Altro che licenziare i giornalisti, i direttori, accusarli di aver scherzato coi bambini, come ha detto Mario Landolfi, presidente della vigilanza Rai. Non Lerner, non Rizzo Nervo hanno scherzato coi bambini, ma i pedofili. È contro i pedofili che occorre scagliarsi, non contro chi ne ha denunciato e documentato i misfatti. Se la realtà fa orrore, non è colpa dello specchio che la riflette. Lo specchio in questo caso è l'informazione.

Tg3 e Tgl hanno ecceduto? È vero. Sarebbe stato più saggio attenuare la violenza di alcune scene. Discutiamone pure. Ma non confondiamo l'involucro con il contenuto. E non dimentichiamo che prima viene la tutela delle vittime e la necessità di bloccare il tritacarne, poi provvederemo al resto, alle pecette sul volto e sui genitali dei ragazzini torturati affinché sorridano per la gioia dei pedofili.

Ultima nota. Nell'ambito di un programma di informazione, quale il Tg, non solo è lecito ma conveniente ricorrere a documenti per incrementare la credibilità delle notizie, e solo un deficiente può sospettare che tali documenti vengano diffusi con compiacimento. Ai dirigenti Rai e ai politici che s'azzuffano disputandosi un paio di poltrone da assegnare agli amici ai fini propagandistici, diciamo una sola parola: vergognatevi. Chi sfrutta i bambini per giochi di potere è peggiore del pedofilo".

4. Valutazioni conclusive

Le accuse sono fondate e va, quindi, affermata la responsabilità disciplinare di Vittorio Feltri. Il direttore di "Libero", con le sue scelte collegate alla pubblicazione di immagini da lui stesso definite "agghiaccianti" e "bestiali" (che vengono unite in copia a questo provvedimento) nel fondo del 29 settembre sopra riportato, si è messo fuori dalla Costituzione e, quindi, dall'Ordine professionale, che, in linea con il dettato della carta fondamentale della Repubblica, vuole la professione esercitata in conformità ai doveri della correttezza e del rispetto della persona umana nonché del rispetto della reputazione del singolo iscritto all'Albo e della dignità dell'Ordine stesso al quale Feltri appartiene dal 16 dicembre 1971.

In via preliminare va osservato che Vittorio Feltri è direttore di Libero, mentre direttore responsabile è il pubblicista Franco Garnero, iscritto all'Albo tenuto dall'Ordine di Torino.

Feltri svolge non solo le funzioni di direttore (ex articolo 6 del vigente Cnlg e articolo 7 della legge n. 633/1941), ma di fatto anche quelle di direttore responsabile (articolo 5 della legge n. 47/1948 sulla stampa-articolo 46 della legge n. 69/1963 sulla professione giornalistica - articolo 57 Cp).

Secondo l'articolo 7 della legge n. 633/1941 "il giornale è opera collettiva dell'ingegno di cui il direttore è autore". Il ruolo del direttore è fissato, però, dal Contratto nazionale. Dice l'articolo 6 del Contratto nazionale di lavoro giornalistico (Cnlg): "E' il direttore che propone le assunzioni e, per motivi tecnico-professionali, i licenziamenti dei giornalisti. Tenute presenti le norme dell'articolo 34 (Comitato di redazione), è competenza specifica ed esclusiva del direttore fissare ed impartire le direttive politiche e tecnico-professionali del lavoro redazionale, stabilire le mansioni di ogni giornalista, adottare le decisioni necessarie per garantire l'autonomia della testata, nei contenuti del giornale e di quanto può essere diffuso con il medesimo, dare le disposizioni necessarie al regolare andamento del servizio e stabilire gli orari (di lavoro)". L'articolo 7 della legge e l'articolo 34 del Cnlg parlano del "direttore", ma non di direttore responsabile. Le due figure sono disgiunte, anche se coincidenti nella stragrande maggioranza dei casi. Il direttore responsabile opera nell'ambito dell'articolo 57 del Cp e della legge professionale n. 69/1963 (firmando, ad esempio, le dichiarazioni di cui agli articoli 31, 34 e 35).

Il direttore in conclusione attua la linea politica concordata con l'editore, garantisce l'autonomia della testata (e dei redattori) e anche la qualità dell'informazione. Secondo l'articolo 2 della legge n. 69/1963 (sull'ordinamento della professione giornalistica) la stessa libertà di informazione e di critica, diritto insopprimibile, <è limitata dall'osservanza delle norme dettate a tutela della personalità altrui>.

In base all'articolo 57 del Cp, il direttore risponde di "omesso controllo" quando non impedisce che "con il mezzo della pubblicazione siano commessi reati". "La responsabilità del direttore di giornale ex art. 57 Cp presuppone la concreta possibilità di impedire che col mezzo della stampa siano commessi reati, e cioè che siano da lui esigibili particolari comportamenti realizzativi degli obblighi strumentali di diligenza e di vigilanza tali che, attuati, il fatto sarebbe evitato o realizzato in guisa da essere penalmente indifferente" (Trib. Roma, 10 marzo 1989; Parti in causa: Scottoni; Riviste: Foro It., 1990, II, 137).

Vittorio Feltri, con la pubblicazioni delle 8 immagini di cui nel capo d'incolpazione, ha sicuramente violato l'articolo 21 della Costituzione, che, al comma 6, vieta "le pubblicazioni a stampa contrarie al buon costume". E' l'unico limite che l'articolo 21 pone alla libertà di manifestazione del pensiero. L'articolo 15 della legge n. 47/1948 sulla stampa recita: "Le disposizioni dell'art. 528 del Cp si applicano anche nel caso di stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale e l'ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti". "Per la sussistenza del reato di pubblicazioni a contenuto impressionante o raccapricciante previsto e punito dall'art. 15 della legge 8 febbraio 1948 n. 47 deve ritenersi sufficiente, sul piano oggettivo, l'idoneità delle immagini pubblicate ad offendere il comune sentimento della morale, nel cui concetto non può non essere ricompreso il sentimento della pietà verso i defunti, e sul piano soggettivo, il dolo generico, consistente nella cosciente volontà di pubblicare immagini impressionanti e raccapriccianti recanti in astratto detta idoneità, mentre è irrilevante lo scopo perseguito dall'autore di mantenere viva l'esecrazione e la condanna per il fatto cui le immagini si riferiscono" (Trib. Roma, 3 febbraio 1995; Parti in causa Minerbi e altro; Riviste Dir. Informazione e Informatica, 1996, 43; Rif. legislativi L 8 febbraio 1948 n. 47, art. 15). La sentenza citata smonta la tesi, annunciata dal titolo ("Scandalo necessario per svegliare le nostre coscienze") sostenuta da Feltri nel fondo del 29 settembre: "Guai adattarsi all'ipocrisia bigotta e codina di quelli che preferiscono fare spallucce e seguitare a vivere nell'ignoranza d'un fenomeno più diffuso di quanto si immagini. Così il fenomeno non si stronca. Bisogna creare, viceversa, allarme e riprovazione sociale. E l'unico mezzo idoneo è lo scandalo: toh, guardate che fanno ai bambini, forse anche ai tuoi. Le coscienze per ribellarsi devono essere offese. E le scene bestiali mandate in onda dai Tg forse hanno raggiunto lo scopo, speriamo. Altro che licenziare i giornalisti, i direttori, accusarli di aver scherzato coi bambini, come ha detto Mario Landolfi, presidente della vigilanza Rai. Non Lerner, non Rizzo Nervo hanno scherzato coi bambini, ma i pedofili. È contro i pedofili che occorre scagliarsi, non contro chi ne ha denunciato e documentato i misfatti. Se la realtà fa orrore, non è colpa dello specchio che la riflette. Lo specchio in questo caso è l'informazione. Tg3 e Tgl hanno ecceduto? È vero. Sarebbe stato più saggio attenuare la violenza di alcune scene. Discutiamone pure. Ma non confondiamo l'involucro con il contenuto. E non dimentichiamo che prima viene la tutela delle vittime e la necessità di bloccare il tritacarne, poi provvederemo al resto, alle pecette sul volto e sui genitali dei ragazzini torturati affinché sorridano per la gioia dei pedofili".

E' il caso di sottolineare una sentenza dei supremi giudici amministrativi sul comma 6 (o ultimo) dell'articolo 21 della Costituzione: "Il principio contenuto nell'art. 21, comma ultimo cost. - secondo cui sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume - è applicabile anche alle espressioni artistiche cinematografiche, senza contraddire il principio di libertà dell'arte (art. 33 cost.), tenuto conto della complementarità degli art. 21 e 33 cost. Deve escludersi pertanto, che il riconosciuto valore artistico di un'opera cinematografica importi di per sé la sua libera ed incondizionata visione al pubblico" (Cons. Stato, Sez. IV, 8 febbraio 1996, n. 139; Riviste Vita Notar., 1996, 184; Giur. Costit., 1996, 1249, n. Marchetti). Sul rovescio si può affermare: "Deve escludersi che il riconosciuto valore costituzionale del diritto di cronaca importi di per sé la libera ed incondizionata pubblicazione di immagini contrarie al buon costume".

L'articolo 15 della legge sulla stampa è stato valutato con la sentenza 293/2000 dalla Corte costituzionale. Secondo questa norma le sanzioni previste dall'art. 528 del Codice penale per le pubblicazioni oscene "si applicano anche nel caso di stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari impressionati o raccapriccianti avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il comune sentimento della morale o l'ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti". La difesa di un giornalista ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 15 della legge sulla stampa, sottolineando che, in base all'articolo 25 (II comma) della Costituzione, "nessuno può essere punito se non forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso". La norma costituzionale - ha sostenuto la difesa - deve essere interpretata nel senso che la legge penale deve stabilire criteri oggettivi per la determinazione dei fatti punibili, mentre il parametro del "comune sentimento della morale" previsto dall'articolo 15, per la sua genericità, finisce per rimettere a valutazioni soggettive l'individuazione del fatto punibile. La Cassazione ha ritenuto la questione non manifestamente infondata e, con ordinanza del 17 febbraio 1999, ha promosso il giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 15 per contrasto non solo con l'articolo 25, ma anche con gli articoli 21 (libertà manifestazione del pensiero) e 3 (principio di uguaglianza) della Costituzione.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 293 del 17 luglio 2000, ha dichiarato non fondata la questione sollevata dalla Cassazione, in quanto ha ritenuto che le pubblicazioni vietate dall'articolo 15 della legge sulla stampa siano quelle lesive della dignità umana e perciò avvertibili dall'intera collettività.

La persona umana - ha precisato la Corte Costituzionale - è tutelata dall'articolo 2 della Costituzione, in base al quale deve essere interpretato l'articolo 15 della legge sulla stampa; la descrizione dell'elemento materiale del fatto-reato, indubbiamente caratterizzato dal riferimento a concetti elastici, trova nella tutela della dignità umana il suo limite, sì che appare escluso il pericolo di arbitrarie dilatazioni della fattispecie, risultando quindi infondate le censure di genericità e indeterminatezza.

Quello della dignità della persona umana - ha affermato la Corte - è, infatti, valore costituzionale che permea di sé il diritto positivo e deve dunque incidere sull'interpretazione di quella parte della disposizione in esame che evoca il comune sentimento della morale.

La violazione del principio fissato nell'articolo 15 della legge sulla stampa costituisce anche violazione deontologica in quanto l'articolo 2 della legge professionale pone come limite al diritto insopprimibile della libertà di informazione e di critica il rispetto della persona umana, cioè il valore-cardine rappresentato dall'articolo 2 della Costituzione.

Conseguentemente Vittorio Feltri, avendo operato al di fuori del dettato costituzionale e delle norme deontologiche della professione giornalistica fissate per legge, merita la massima sanzione, quella della radiazione, avendo, "con la sua condotta gravemente compromesso la dignità professionale fino a rendere incompatibile con la dignità stessa la sua permanenza nell'Albo";

PQM

il Consiglio dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, ritenuta la sussistenza dei fatti addebitati,

delibera

1) di sanzionare con la radiazione (articolo 54 legge n. 69/1963) il giornalista professionista Vittorio Feltri. Dice l'articolo 54: "La radiazione può essere disposta nel caso in cui l'iscritto con la sua condotta abbia gravemente compromesso la dignità professionale fino a rendere incompatibile con la dignità stessa la sua permanenza nell'Albo, negli elenchi o nel registro".

2) di trasmettere la presente deliberazione all'Ordine di Torino, perché esamini la posizione del pubblicista Franco Garnero, direttore responsabile del quotidiano "Libero".

Avverso la presente deliberazione (notificata ai controinteressati ex legge n. 241/1990) può essere presentato (dall'interessato e dal Procuratore generale della Repubblica) ricorso al Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti (Lungotevere dei Cenci 8, 00186 Roma) ai sensi dell'articolo 60 della legge n. 69/1963 nel termine di 30 giorni dalla notifica del provvedimento stesso e secondo le modalità fissate dagli artt. 59, 60, e 61 del Dpr 4 febbraio 1965 n. 115.

La presente deliberazione, "di immediata efficacia in quanto atto di natura amministrativa" (Cass., sez. un. civ., sentenza n. 9288/1994), si intende sospesa in caso di impugnazione con istanza cautelare volta alla "paralisi" della sua esecutività allorché possano derivare al ricorrente danni gravi e irreparabili dall'esecuzione dell'atto medesimo (così il parere 10 novembre 1999 del prof. avv. Franco Gaetano Scoca al Cnog, trasmesso all'OgL in data 13 dicembre 1999, prot, 5998/1999).

Il presidente estensore dott. Franco Abruzzo

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