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DA TANGENTOPOLI A CIRAMOPOLI - Un messaggio destinato a soffocare, nelle coscienze dei cittadini, la fiducia nello Stato di diritto.

Il messaggio che la maggioranza di Governo ha trasmesso al Paese con la vicenda di ciramopoli (falso in bilancio, rogatorie, legittimo sospetto ed altre iniziative immunitarie) è destinato a soffocare nelle coscienze dei cittadini la fiducia nello Stato di diritto, una pianta che in Italia è ancora giovane e tutt'altro che robusta. Ad un Paese abituato ad assistere all'impunità della classe dirigente politica ed affaristica, tutelata dalle sabbie della giustizia romana, tangentopoli aveva fatto sperare in un effettivo progresso verso la democrazia sostanziale, che si fonda non solo sulla consultazione elettorale, ma anche sull'effettiva parità dei cittadini davanti alla legge. Adesso agli italiani - non solo quelli che reagiscono con i girotondi, ma anche i milioni che non hanno il coraggio di farsi sentire - il Governo e la  maggioranza che lo sostiene fanno sapere che il potente, quando la legge gli dà fastidio, la cambia. Altrettanto grave è che la strategia difensiva degli imputati eccellenti, oltre a contare sulla strumentalizzazione del Parlamento, sembri in qualche misura confidare - per la futura decisione sull'istanza di rimessione - nella sensibilità della Suprema Corte per gli argomenti da essi utilizzati. Questa fiducia ha qualche ragione d'essere, a giudicare dalla motivazione dell'ordinanza delle Sezioni Unite penali (n. 25693 del 5 luglio 2002, Pres. Marvulli, Rel. Battisti) con la quale è stata dichiarata rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 45 cod. proc. pen. nella parte in cui non prevede tra le cause di ricusazione il "legittimo sospetto". La Corte ha infatti ritenuto rilevanti gli argomenti difensivi basati sulle dichiarazioni del dott. Borrelli, sulle manifestazioni di piazza e sulle reazioni della stampa, con buona pace per l'art. 21 della Costituzione e per la professionalità che normalmente si richiede a un magistrato giudicante e che certamente non difetta nei giudici milanesi.


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