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LA CORTE DI CASSAZIONE HA IL COMPITO DI ASSICURARE, ATTRAVERSO L'UNIFORME INTERPRETAZIONE DELLA LEGGE, L'UGUAGLIANZA DI TRATTAMENTO DEI CITTADINI - In base all'art. 3 Cost. (Cassazione Sezione Lavoro n. 22075 del 22 ottobre 2007, Pres. Ciciretti, Rel. De Matteis).

La funzione nomofilattica assegnata dall'art. 65 del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 (ordinamento giudiziario) alla Corte Suprema costituisce una funzione di carattere costituzionale, diretta espressione dell'art. 3 Cost., perché l'uguaglianza di trattamento dei cittadini di fronte alla legge ne implica l'uniforme interpretazione. Pertanto, benché non esista nel nostro sistema processuale una norma che imponga la regola dello "stare decisis", essa tuttavia costituisce un valore o una direttiva di tendenza, immanente nel nostro ordinamento, in forza della quale non ci si deve discostare da un'interpretazione consolidata del giudice di legittimità, investito, istituzionalmente, della funzione di nomofilachia, senza una ragione giustificativa.

Tale funzione investe l'intera attività giurisdizionale della Corte, ivi compreso il controllo della motivazione ex art. 360 n. 5 c.p.c., il quale conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico - formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito.

Tale controllo deve svolgersi secondo i principi fondamentali della logica, per cui una affermazione non può essere vera e non vera nello stesso tempo. Pertanto, in un successivo giudizio caratterizzato da identità di fattispecie, identità di argomenti logico-giuridici posti a base delle decisioni nei vari gradi dei rispettivi processi e identità dei correlativi motivi di ricorso, non si possono avere decisioni contrastanti egualmente valide, ma solo la negazione della correttezza della prima decisione può portare ad una decisione diversa. Tale orientamento risulta confermato dall'art. 1 Legge 24 marzo 2001 n. 89 il quale, nel modificare il testo del previdente art. 375 c.p.c., ha introdotto la categoria della manifesta infondatezza, quale particolare motivo di rigetto del ricorso, delibabile anche in ordine alle censure di cui all'art. 360 n. 5 c.p.c.


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