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AI FINI DELLA DETERMINAZIONE DELL'ASSEGNO DI MANTENIMENTO, IL GIUDICE, SE ╚ NECESSARIO, HA IL DOVERE DI IMPIEGARE LA POLIZIA TRIBUTARIA PER ACCERTARE IL REDDITO DEL CONIUGE CHE DEVE CORRISPONDERLO - In caso di separazione (Cassazione Sezione Prima Civile n. 10344 del 17 maggio 2005, Pres. Panebianco, Rel. San Giorgio).

Il Tribunale di Roma ha pronunciato la separazione tra i coniugi Fabrizio M. e Anna M. condannando il marito a corrispondere alla moglie un assegno di mantenimento mensile di lire 2.500.000 anziché di lire 9 milioni come richiesto da Anna M. Entrambe le parti hanno impugnato la decisione. Anna M. ha chiesto, tra l'altro, alla Corte di Appello di aumentare l'importo dell'assegno mensile, in considerazione dell'attività professionale, notoriamente intensa e prestigiosa, svolta dal marito. La Corte ha rigettato questa richiesta osservando che, in mancanza di elementi di quantificazione certa dei redditi del marito, doveva ritenersi congrua la misura dell'assegno decisa dal giudice di primo grado. Anna M. ha proposto ricorso per cassazione sostenendo, tra l'altro, che la Corte di Appello, ai fini della determinazione dell'assegno di mantenimento avrebbe dovuto far uso del potere - attribuito al giudice del merito, con riferimento alla determinazione dell'assegno divorziale, dall'art.5, nono comma, della legge n. 898 del 1970, applicabile anche alla separazione personale - di disporre indagini sul reddito, sul patrimonio e sull'effettivo tenore di vita di Fabrizio M.

La Suprema Corte (Sezione Sezione Prima Civile n. 10344 del 17 maggio 2005, Pres. Panebianco, Rel. San Giorgio) ha accolto il ricorso. L'art. 5, nono comma, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, nel testo novellato dall'art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (il quale, in tema di riconoscimento e determinazione dell'assegno divorziale, stabilisce che, "in caso di contestazioni, il Tribunale dispone indagini sui redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria") - ha affermato la Corte - deve ritenersi applicabile in via analogica, stante l'identità di ratio, riconducibile alla funzione eminentemente assistenziale dell'assegno in questione, anche in materia di separazione di coniugi, con riguardo all'assegno di mantenimento; è pur vero che l'esercizio di detto potere, che costituisce una deroga alle regole generali sull'onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, e non può essere considerato anche come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche; esiste però un limite a tale discrezionalità, da rinvenire nella circostanza che il giudice, potendosi avvalere di detto potere, non può rigettare le istanze delle parti relative al riconoscimento e alla determinazione dell'assegno sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano, configurandosi in tale caso l'obbligo di disporre accertamenti di ufficio. Nella specie - ha osservato la Cassazione - la Corte di merito, una volta dato atto della documentazione prodotta dalla ricorrente, comprovante l'intensità e l'elevato livello qualitativo dell'attività professionale del coniuge, l'elevato livello professionale da lui svolto, con conseguente, presumibile conseguimento di compensi superiori a quelli, "eccessivamente modesti", dichiarati da Fabrizio M., avrebbe dovuto far uso dei poteri di disporre indagini di ufficio, e non limitarsi ad emettere un giudizio di congruità dell'assegno di mantenimento, fondato sulla sola mancanza di elementi certi di quantificazione del reddito dello stesso.


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