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Pubblicato in : Lavoro, Fatto e diritto Stampa E-mail

IL LAVORATORE CHE IMPUGNI IL LICENZIAMENTO PUO' MANIFESTARE LA DISPONIBILITA' AD ESSERE REINTEGRATO IN MANSIONI DEQUALIFICANTI - Dando indicazioni ai fini della ricollocazione (Cassazione Sezione Lavoro n. 10018 del 16 maggio 2016, Pres. Nobile, Rel. Di Paolantonio).

Giacomina A. dipendente dell'Opera Don Orione è stata licenziata il 24.8.2012 perché affetta da patologie che non le consentivano di svolgere le mansioni di addetta alla cura dei piccoli ospiti della struttura cui era addetta. La lavoratrice si è rivolta al Tribunale di Tortona, che in sede di opposizione alla ordinanza emessa nella fase sommaria, ha dichiarato illegittimo il licenziamento ordinando la reintegrazione della lavoratrice, in quanto ha ritenuto che la datrice di lavoro avrebbe dovuto valutare la possibilità di reimpiego di Giacomina A. con mansioni inferiori. Entrambe le parti hanno proposto reclamo davanti alla Corte di Appello di Torino, che ha accolto l'impugnazione proposta dall'Opera Don Orione, in quanto ha ritenuto che la possibilità di reimpiego in altre sedi e in mansioni inferiori del lavoratore, divenuto fisicamente incapace, debba essere valutata dal datore di lavoro solo qualora ci sia stata una manifestazione di volontà in tal senso da parte dello stesso lavoratore, anteriore o coeva al licenziamento. La lavoratrice ha proposto ricorso per Cassazione censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato che la possibilità del reimpiego in altre sedi e in mansioni inferiori del lavoratore, divenuto fisicamente incapace, debba essere valutata dal datore di lavoro solo qualora ci sia stata una manifestazione di volontà in tal senso da parte dello stesso lavoratore, anteriore o coeva al licenziamento.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 10018 del 16 maggio 2016, Pres. Nobile, Rel. Di Paolantonio) ha accolto il ricorso dopo aver  compiuto un ampio esame della giurisprudenza di legittimità. Essa ha ricordato che le Sezioni Unite della Suprema Corte (Cass. S.U. 7 agosto 1998 n. 7755), a composizione dei contrasti di giurisprudenza esistenti sulla questione, hanno affermato che la sopravvenuta infermità permanente e la conseguente impossibilità della prestazione lavorativa possono giustificare oggettivamente il recesso del datore di lavoro dal rapporto di lavoro subordinato, ai sensi della L. n. 604 del 1966, artt. 1 e 3 (normativa specifica in relazione a quella generale dei contratti sinallagmatici di cui agli artt. 1453, 1455, 1463 e 1464 c.c.), a condizione che risulti ineseguibile l'attività svolta in concreto dal prestatore e che non sia possibile assegnare il lavoratore a mansioni equivalenti ai sensi dell'art. 2103 c.c. ed eventualmente inferiori, in difetto di altre soluzioni. E' stato evidenziato, al riguardo, che, nell'ipotesi di licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore, il giustificato motivo oggettivo consiste non soltanto nella fisica inidoneità del lavoratore all'attività attuale, ma anche nell'inesistenza in azienda di altre attività (anche diverse, ed eventualmente inferiori) compatibili con lo stato di salute del lavoratore ed a quest'ultimo attribuibili senza alterare l'organizzazione produttiva, onde spetta al datore di lavoro convenuto in giudizio dal lavoratore in sede di impugnativa del licenziamento fornire la prova delle attività svolte in azienda, e della relativa inidoneità fisica del lavoratore o dell'impossibilità di adibirlo ad esse per ragioni di organizzazione tecnico - produttiva, fermo restando che, nel bilanciamento di interessi costituzionalmente protetti (artt. 4, 32 e 36 Cost.), non può pretendersi che il datore di lavoro, per ricollocare il dipendente non più fisicamente idoneo, proceda a modifiche delle scelte organizzative escludendo, da talune posizioni lavorative, le attività incompatibili con le condizioni di salute del lavoratore. Detti principi sono stati, poi, ribaditi nelle successive pronunce della Suprema Corte, con le quali si è anche precisato che l'assegnazione a mansioni inferiori del lavoratore divenuto fisicamente inidoneo costituisce un adeguamento del contratto alla nuova situazione di fatto, adeguamento che deve essere sorretto, oltre che dall'interesse, dal consenso del prestatore sicché "il datare di lavoro è tenuto a giustificare oggettivamente il recesso anche con l'impossibilità di assegnare mansioni non equivalenti nel solo caso in cui il lavoratore abbia, sia pure senza forme rituali, manifestato la sua disponibilità ad accettarle" (Cass. 2.7.2009 n. 15500 e negli stessi termini Cass. 2.8.2013 n. 18535). In sintesi, dunque - ha affermato la Corte - poiché la inidoneità del prestatore giustifica il recesso solo nell'ipotesi in cui le energie lavorative residue non possano essere utilizzate altrimenti nell'impresa, anche in mansioni inferiori, il datore, prima di intimare il licenziamento, è tenuto a ricercare possibili soluzioni alternative e, ove le stesse comportino l'assegnazione a mansioni inferiori, a prospettare al prestatore il demansionamento, divenendo libero di recedere dal rapporto solo qualora la soluzione alternativa non venga accettata. Non si può, invece, sostenere che l'iniziativa finalizzata alla conclusione del patto debba provenire dal lavoratore. Se l'impossibilità del reimpiego, anche in mansioni inferiori, è condizione necessaria per legittimare l'esercizio del potere di recesso, è onere del soggetto che quel potere si appresta ad esercitare accertare che ne sussistano presupposti e, quindi, prospettare al prestatore la scelta fra l'accettazione del demansionamento e la risoluzione del rapporto. In altri termini, i principi di correttezza e di buona fede, nonché il bilanciamento degli interessi costituzionali richiamati nella citata pronuncia delle Sezioni Unite, inducono a ritenere che, ove siano disponibili posizioni lavorative "dequalificanti", il licenziamento sia reso legittimo dalla mancanza di consenso del lavoratore alla offerta del datore, il quale non è esonerato dall'obbligo di ricercare soluzioni alternative, eventualmente comportanti il demansionamento, per il solo fatto che il lavoratore non gli abbia, di sua iniziativa, manifestato la disponibilità ad andare a ricoprire mansioni inferiori compatibili con il suo stato di salute. Le considerazioni che precedono - ha rilevato la Corte - valgono anche per l'ipotesi in cui il datare di lavoro gestisca più sedi o unità produttive. In tal caso, infatti, l'obbligo del reimpiego potrà dirsi adempiuto solo qualora le energie lavorative residue non siano utilizzabili in altre sedi, con la conseguenza che, ove altrove siano vacanti posizioni lavorative compatibili con lo stato di salute del lavoratore, è onere del datore prospettare al lavoratore la possibilità del trasferimento ed il recesso, che costituisce una extrema ratio, sarà validamente esercitato in caso di rifiuto. I principi affermati incidono, poi, anche sulla delimitazione degli oneri di allegazione che gravano sul lavoratore il quale contesti la legittimità del licenziamento; sebbene gravi sul datare di lavoro l'onere della prova della impossibilità del reimpiego, si deve esigere dal lavoratore che impugni il licenziamento una collaborazione nell'accertamento del possibile repechage, mediante la allegazione dell'esistenza di altri posti di lavoro nei quali egli poteva essere utilmente ricollocato (cfr. fra le più recenti Cass. 3.3.2014 n. 4920).

Detta allegazione deve anche riguardare le posizioni lavorative comportanti la dequalificazione e deve essere accompagnata dalla manifestazione della disponibilità del lavoratore ad andare a ricoprire mansioni di livello inferiore, eventualmente anche in altre unità produttive (cfr. Cass. 15.11.2002 n. 16141). In tal caso il datore di lavoro assolverà l'onere della prova sullo stesso gravante dimostrando, nei limiti delle allegazioni della controparte, o la indisponibilità dei posti lavorativi o di avere prospettato al lavoratore il demansionamento ed il trasferimento senza ottenere il suo consenso. E' evidente, infatti - ha concluso la Corte - che solo qualora il datore di lavoro abbia omesso di offrire le mansioni inferiori prima di intimare il licenziamento, il lavoratore che detto licenziamento impugni, può e deve manifestare la propria disponibilità ad essere reintegrato nelle diverse mansioni, o nella diversa sede, e sollecitare una pronuncia giudiziale in tal senso. Al contrario, ove antecedentemente al recesso, sia stato manifestato, anche implicitamente, il dissenso ad una soluzione comportante il mutamento di sede o di mansioni, detta manifestazione di volontà diviene definitiva e non può essere revocata dopo la intimazione del licenziamento.


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